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27 settembre 2006

A lezione di lobbying

La caccia che ogni anno distrugge oltre 100 milioni di animali resta un problema irrisolto sia dal punto di vista etico che da quello ecologico, tuttavia i numeri sono pur sempre numeri e allora c'è da stupirsi se si considera che:
- da una parte i cacciatori sono circa 730 mila e la cifra è in costante discesa, tanto da aver raggiunto oggi un numero pari a meno della metà dei primi anni Ottanta (seppur intorno alla caccia si muova ancora un giro d'affari annuo di quasi 3 miliardi di euro...
- dall'altra circa l'80% degli italiani è contrario alla caccia, e tra questi soprattutto i giovani ed i giovanissimi.


E allora ci si chiede come mai questa opinione venga sempre tenuta in pochissimo conto dal legislatore. E come mai questo tema riesca ancora a scompigliare la politica, tanto da compattare l'opposizione contro quel decreto del governo che cerca di contenere un minimo l'attuale deregulation selvaggia che si è raggiunta in questo campo e di evitare che siano inflitte all'Italia le sanzioni dell'Unione Europea, ed allo stesso tempo arrivi a mettere in crisi la stessa maggioranza, in cui proprio i Verdi, cioè il partito di uno dei ministri che hanno emanato la norma in questione, dichiarano che domani a Montecitorio non voteranno il decreto ormai stravolto da emendamenti pro-cacciatori presentati anche della maggioranza di centrosinistra.
E allora la domanda è: può una lobby tutto sommato poco significativa nei numeri ma elettoralmente e politicamente organizzata (diciamo pure armata) riucire ad influenzare la politica ed il parlamento con molta più forza di quanto faccia un'amplissima maggioranza, che reca però il peccato di essere in gran parte silenziosa, relativamente organizzata e totalmente disarmata? La risposta è sì.
L'augurio non può che essere quello di rivedere in futuro i cacciatori riconvertiti a docenti di lobbying.

Ma di caccia occorrerà riparlare ancora.

Post pubblicato da Libero Blog.




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21 settembre 2006

Prodiario di metà settembre (autori vari nel centrosinistra)

Sulla missione in Cina: Elidio De Paoli, sottosegretario allo Sport: «Missione elefantiaca per firmare protocolli d’intesa inutili».

(Il Giornale, vedi «Un buco nell’acqua il viaggio a Pechino» del 19/09/2006)

Sul dibattito parlamentare e il voto sul caso Telecom, Cesare Salvi (Ds) “I miei sono dei dementi, dei dilettanti allo sbaraglio. E siamo andati sotto anche se in questa votazione De Gregorio non ha votato con loro”.  Gavino Angius (Ds) “Io lo dico da mesi: con questi numeri non si governa”. Fausto Bertinotti: “La situazione non regge. Prima o poi ci sarà una scomposizione e una ricomposizione dei blocchi”.

(La Stampa del 19 settembre, articolo di Augusto Minzolini)

Sull’embargo delle armi alla Cina, Daniele Capezzone: “Appare francamente sconcertante la posizione di Romano Prodi sull'embargo sulle armi alla Cina. E a maggior ragione sorprende che il Premier, arrivato a New York, confermi tutto.” E sull’incontro Prodi-Ahmadinejad, ancora Capezzone: “Preoccupante e grave questo incontro. C'è una strana deriva di "accomodamento" con le dittature da parte di Prodi”.

(Comunicati del 19 e del 20 settembre)

Sulla pena di morte, Marco Pannella e Sergio D'Elia (Rosa nel Pugno) “Il governo di Romano Prodi non intende rispettare l'impegno per una moratoria Onu delle esecuzioni capitali. Le poche e sciatte parole usate dal Premier dimostrano che il Governo è sul punto di riuscire nuovamente ad impedire, con atti omissivi e dilatori, la conquista di un risultato di portata storica, quello di un pronunciamento dell'Assemblea Generale dell'Onu a favore della moratoria universale delle esecuzioni e l'abolizione della pena di morte”.

(Notizia del 20 settembre)

Sempre sul caso Telecom, Romano Prodi a chi gli chiede di commentare le richieste dell'opposizione per un intervento del governo alla Camere: “Ma stiamo diventando matti?”.

(Notizia del 15 settembre)

Vannino Chiti, ministro per i rapporti con il parlamento: "Prodi e' stato subito disponibile a riferire in Parlamento sulla vicenda Telecom.”

(Notizia del 19 settembre)




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15 settembre 2006

L’Altra Napoli che deve essere possibile

Qualche tempo fa ho avuto l’occasione di conoscere e di prendere parte all’associazione L’Altra Napoli. Qualcuno forse ricorderà la campagna shock apparsa sui giornali alla vigilia delle ultime elezioni amministrative, nella quale la poltrona da sindaco in velluto rosso ed oro campeggiava sullo sfondo di scene di ordinario degrado della città, con l’inquietante domanda in calce: “Lei, caro prossimo sindaco, è pronto a partire da qui?”. Da allora il sindaco è stato eletto, i giorni sono passati, l’associazione è cresciuta.

                   

L’associazione è nata grazie alla volenterosa iniziativa di un gruppo di napoletani autorevoli ed ‘esportati’ in altre parti d’Italia e, pur con la ferma intenzione di non farsi strattonare dall’una o dall’altra parte politica, ha subito lanciato il messaggio di voler supportare chi è chiamato ad amministrare Napoli.

E per me questo progetto è stato un rimedio allo sconforto che ultimamente mi assaliva ogni volta che rivedevo la città, sempre un po’ peggiorata, e l’occasione per ritrovare l’entusiasmo e l’impegno civile che non ti portano mai a rassegnarti. Spero che possa essere un’occasione anche per altri ‘napoletani dentro’.

Allora occorre darsi da fare.

 

Il compito della politica

Ma qual è il ruolo che deve avere la politica per Napoli? Se già non fosse sempre stato così, oggi davvero è chiamata più che mai ad avere coraggio.

La politica ha troppo spesso il torto di limitarsi ad amministrare l’esistente, non soltanto per incapacità, ma talvolta spesso per senso d’opportunismo, e ciò avviene anche nella misura in cui non si fa portatrice di innovazioni vere e profonde, coraggiose, ma si limita ad ammiccare ad un consenso immediato, un consenso ‘cash’, non proiettato in un lungo raggio, ma d’immediato ritorno. Quella politica di stampo cialtrone che non ha il vero obiettivo di instaurare un nuovo e profondo corso delle cose, ma soltanto quello di sfruttare per un proprio interesse quanto c’è già. E di questo non se ne sente certo il bisogno.

Napoli non ha più bisogno di falsi profeti, di cenacoli intellettuali autocompiaciuti, di politicanti insipienti, di predatori dell’esistente.

Napoli ha bisogno di coraggio e di libertà intellettuale.

 

Ci sono cose che si possono realizzare subito, cose che si possono realizzare domani, cose che si potranno vedere tra quindici anni, altre mai.

 

La sicurezza, subito

L’Altra Napoli prossimamente presenterà un’indagine sul fenomeno della microcriminalità a Napoli.

Certamente quello della sicurezza è uno degli ostacoli fondamentali che non consentono una sia pur minima vivibilità in città: in una vita civile imbarbarita, in cui le strade sono pattugliate dalle baby gang, nella città che è diventata oggi Napoli, la criminalità non può più essere catalogata con il prefisso ‘micro’, senza che questa definizione assuma per chi ci vive un tono amaro e beffardo: il problema degli scippi, delle rapine, per non dire quello degli omicidi casuali – una tragedia familiare che ha colpito in prima persona il fondatore dell’associazione Ernesto Albanese: altri si sarebbero rinchiusi nel proprio dramma personale, lui invece ha deciso che questa doveva essere un’occasione per mettersi in moto ed alimentare una speranza collettiva – è un macro problema che si ripercuote non soltanto sulla fondamentale qualità della vita e sul minimo diritto di cittadinanza, ma anche sull’economia, arrivando a condizionare profondamente la psicologia di chiunque debba svolgere nel proprio quotidiano uno spostamento, un lavoro, una banale commissione.

Da questa iniziativa de L’Altra Napoli scaturiranno certamente delle proposte, degli esperimenti da realizzare, con la collaborazione di tutti, nell’immediato.

Ma per un'analisi profonda forse occorre anche fare un passo indietro.
 

I perché del degrado, interventi di domani e di dopodomani

Partiamo da un assunto, e cioè che il compito della politica sarebbe anche quello di andare lontano, dove i singoli non possono andare, e di sviluppare una visione a lungo termine che permetta di riconsegnare alle generazioni future, ma anche a noi stessi con dei capelli bianchi di troppo, qualcosa di più e di meglio.

E da qui potrebbe partire un altro discorso. Di certo è totalmente da bandire un certo sociologismo giustificazionista per cui le cause della violenza e del degrado non sarebbero nella responsabilità individuale di ogni singolo cittadino, seppur povero ed emarginato, e nulla giustifica l’inciviltà e la brutalità che negli ultimi tempi hanno incominciato a debordare in maniera drammatica tenendo sotto assedio Napoli. Insomma, il fatto che vi siano anche povertà e mancanza di lavoro come pretesto, l’odiosa nenia ‘pur isso adda campà’ troppe volte riservata come giustificazione per piccoli soprusi che come frattali vanno poi a comporre un quadro tragico, non deve esistere.

Certamente occorre, nell’immediato e come priorità assoluta, che siano prese tutte le misure volte a ristabilire un minimo di ordine pubblico, e in seconda battuta a rilanciare l’economia della città, strozzata anche dalla burocrazia che ingessa più in generale l’Italia (e, in questo senso, anche per Napoli c’è da augurarsi che la proposta di legge ‘7 giorni per aprire un’impresa’ possa essere quanto prima approvata e fare la sua parte).

 

UN SASSO NELLO STAGNO

Tuttavia ritengo di dover anche lanciare un sasso nello stagno. In diversi anni d’attenzione civile e politica verso Napoli mi sono interrogata circa i mali di questa città e, gira che ti rigira, nel cercare di cogliere ogni volta il bandolo della matassa e di individuare i problemi, c’è sempre un tema che torna ricorrente, un tema del quale la politica non ama parlare. E questo tema è la spropositata pressione demografica che grava sull’area metropolitana di Napoli, e che affonda le proprie radici in un’esplosione disordinata e nel dilagare dell’abusivismo troppo tollerato, che hanno contraddetto l’idea che era alla base di quel sistema italiano dei comuni che mirava ad un’organizzazione equilibrata del territorio.

In poche parole, e dopo tanti anni dalla denuncia di Rosi, ancora molti mali di Napoli affondano le loro radici nelle mani sulla città e nelle sue successive manifestazioni e stratificazioni.

 

Pochi ma decisivi numeri che raccontano qualcosa. La provincia di Napoli si estende per 117.000 ettari, la regione Campania per circa 1.360.000 ettari. E dunque la Campania è una regione nella quale oltre il 53% della popolazione vive in meno di un decimo del territorio regionale.

E questo territorio è la provincia di Napoli, e in pratica in soli tre quartieri della città si trova più o meno lo stesso numero di abitanti che si conta in tutta la provincia di Benevento.

Una sorta di ‘calcuttizzazione’, che anziché tendere al modello delle grandi capitali europee, con la sovrappopolazione da una parte e con la povertà di infrastrutture dall’altra, tende piuttosto verso un modello da paese sottosviluppato.

A Napoli esistono delle strutture fragili e non adeguate, usurate e sovraccaricate della pressione demografica aumentata nel tempo.

Da qui l’origine del degrado ambientale, degrado che di conseguenza diviene anche degrado sociale e culturale, dove mancano polmoni verdi per respirare, infrastrutture, servizi. Non ci sono giardini per giocare, non ci sono asili per i bambini, non ci sono centri per gli anziani, non vi è aria per respirare. In certi punti tutto è brutalmente soffocato in una morsa di folla, di bruttezza e di cemento.

Come si può pensare che in un contesto del genere, in un’umanità stipata come sardine, maturi davvero una società sana, e che i problemi di vivibilità non si trasformino anche in problemi di sicurezza, di traffico e di sanità?

E come si può pensare di continuare ad individuare sempre all’interno dello stesso territorio dei centri d’attrazione che porteranno altro fabbisogno abitativo, altro peso demografico, altra impossibilità di garantire infrastrutture ed opere di urbanizzazione primaria quali acquedotti e fognature che siano minimamente funzionanti, quando il loro funzionamento è ottimizzato per una popolazione che sia un decimo di quella che vi gravita attualmente?

Nel breve termine certo occorrerà anche investire grandi capitali nella ristrutturazione delle reti fatiscenti, ma si tratta comunque di interventi tampone e, senza un progetto globale per l’ambiente, senza una programmazione a lungo termine della densità abitativa del territorio, non si va comunque lontano.




In altri paesi europei esiste una pianificazione nazionale a monte che programma lo sviluppo dei centri e la distribuzione omogenea su tutto il territorio della popolazione, ed i governi favoriscono che la crescita non sia né casuale né disordinata: esistono una pianificazione, un sistema delle città, in cui si fa sì che gli insediamenti non superino una certa entità, e si promuovono invece degli investimenti programmati per incrementare il numero di abitanti di un piccolo centro, favorendovi la residenza e le attività produttive, e di decennio in decennio si cerca di omogeneizzare parallelamente il territorio.

Certo, mi direte, l’Italia ma soprattutto Napoli non sono mica l’Olanda. D’accordo, ma è tanto per dare un esempio del fatto che possa esistere un atteggiamento di governo del territorio che da spettatore impotente e servo dell’emergenza divenga invece protagonista del cambiamento.

Tanto per dire che se, tra gli interventi a medio e a lungo termine, si prevedessero degli incentivi per le attività produttive da far sorgere nelle aree a bassa densità abitativa che si cerca di sviluppare, con la conseguente creazione delle relative infrastrutture (penso alle province di Avellino e di Benevento, ad esempio), anziché andare a creare l’ennesima entità nello stesso territorio napoletano già deturpato e soffocato dall’eccessiva pressione demografica; se in Campania si guardasse anche al di là del naso di Napoli, prevedendo risorse che andassero a confluire anche oltre la fascia costiera, verso le zone meno sviluppate e meno abitate dell’avellinese e del beneventano, allora questa potrebbe non essere una scelta lunare.

Forse si sottrarrebbe di fatto qualche risorsa agli uomini forti della politica napoletana (è questo per caso il problema?), ma si farebbe l’interesse dei cittadini, di Napoli e di un intera regione.

Allora la politica deve mettere finalmente in campo delle strategie per il riequilibrio del territorio.

Certo ci vorranno quindici anni, e le elezioni sono sempre prima, ma se penso che se si fosse incominciato quando ho sentito affrontare per la prima volta questi discorsi, mi dico che oggi già vedrei qualcosa di diverso. E come inizio già basterebbe.



Di quello che non si potrà fare mai, di ciò che pare ineluttabile a Napoli, mi sembra siano già troppo impregnate le menti dei napoletani, come limite, come rinuncia, come tirare a campare, e dunque preferirei non parlarne almeno io qui.

Sono invece certa che da qualche parte l’Altra Napoli potrà ancora esistere, e che tocca a noi napoletani di fatto e di diritto ritrovare la fiducia per cercarla giorno dopo giorno, senza tregua alcuna.


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13 settembre 2006

Cercando uno scontro di inciviltà

Senza parole.
Dal Corriere della Sera

Il governo ha incaricato la polizia religiosa di far rispettare il nuovo bando
In Arabia cani e gatti nel mirino della polizia
Ritenuta troppo occidentale l'abitudine di tenere in casa gli animali domestici ma non mancano le critiche
GEDDA (Arabia Saudita) - La Muttawa, la polizia religiosa dell'Arabia saudita, sino ad oggi era famosa per il suo rigore nei confronti delle donne musulmane che non portavano il velo e verso gli uomini che non si ricordavano di santificare i giorni festivi. Ma in questi ultimi giorni si sta distinguendo per un nuovo tipo di repressione: proibire la vendita di gatti e cani. Infatti una nuova legge dell'Arabia Saudita ha messo al bando le due specie perché considerate troppo "occidentali" e contrarie alla tradizione islamica.
REPRESSIONE - «Troppi giovani li hanno comprati e passeggiano con questi in pubblico» afferma un comunicato redatto dal Ministero dell'Interno saudita. Ma questa nuova interdizione non ha stupito solo gli occidentali, ma anche i cittadini islamici sebbene già qualche mese fa il governo conservativo arabo avesse definito i cani animali sporchi e contrari all'Islam. Infatti secondo la tradizione islamica, Maometto, fondatore della religione musulmana, amava i gatti e una volta avrebbre lasciato un gatto bere dell'acqua sacra con la quale poi si sarebbe successivamente lavato
AUTORITA' - Le autorità arabe hanno definito la pratica di avere in casa cani e gatti "occidentale", anche se nei paesi islamici ormai da secoli si è affermata questa tradizione, sebbene i cani siano considerati meno "nobili" dei gatti. I cani però sono allevati come guardiani delle case e per la caccia. Tutto è cambiato, secondo quanto dicono gli esperti arabi, da quando il mondo occidentale è penetrato profondamente nella cultura araba. Negli ultimi decenni infatti, afferma un reportage di Al Jazira, «possedere cani e gatti è divenuta una vera e propria moda tra i sauditi. Mostrarsi con un pit-bull, un dobermann o un altro cane di razza è diventato uno status symbol». Da ciò è seguito il bando perchè continua il reportage «la pratica è una pericolosa imitazione dei non islamici, non molto diversa dal mangiare al fast food, vestire jeans e shorts o sentire pop music».
BANDO - Il governo farà di tutto per far rispettare il bando, ma allo stesso tempo teme che il decreto possa mettere in pericolo l'ordine pubblico. Esistono in Arabia Saudita molti rivenditori di animali domestici e veterinari. Il governo ha già fatto sapere che non proibirà le loro attività e su di essi non è imposta nessuna restrinzione e ha anche precisato che si cercherà di colpire «chi ama i cani e i gatti e si diverte a portarli in giro, non chi li usa per la caccia o per proteggere le proprie residenze».
LE CRITICHE - Ma le lamentele non mancano e la stampa meno conservatrice e i cittadini più progressisti affermano che il governo dovrebbe guardare ai veri problemi che affliggono il paese come il terrorismo e la disoccupazione. «Sono rimasto scioccato quando ho saputo di questa decisione» afferma Fahd al-Mutairi, che possiede 35 animali domestici. «Ciò che è più preoccupante è che questo decreto è stato scritto da persone che non sanno nulla in materia di animali»
Francesco Tortora
11 settembre 2006




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8 settembre 2006

Facciamola finita con i fardelli d’Italia

Follini dichiara che se l’Udc resterà nella Casa delle Libertà lo farà senza di lui, ma non dice esattamente dove potrebbe andare lui in quel caso.

Al Senato Sergio De Gregorio, eletto  parlamentare per il centrosinistra ma eletto presidente della commissione Difesa contro il centrosinistra con i voti della CdL, dichiara che lascerà l’Italia dei Valori per dedicarsi ad un nuovo progetto che guardi ad una grande coalizione in Italia... Ambizioso. E Prodi perde un prezioso voto al Senato.

Nel frattempo Casini ha paura di morire con Berlusconi, ma non specifica come conta di tenersi in vita. Politica, s’intende.

E mentre il vicepresidente del Senato Calderoli si pone al di là della destra, oltre che, come sempre, anche del bene e del male, con una delle sue pittoresche dichiarazioni in cui simpaticamente invita Bush a mandare un'atomica ad Ahmadinejad per il compleanno, Diliberto attacca Fassino che aveva invocato una finanziaria vigorosa, e la sinistra di lotta torna a combattere con la sinistra di governo.

Bersani, che aveva incominciato bene o che, almeno, se non altro sembrava aver dato l’avvio ad uno straccio di progetto politico che potesse definirsi tale, per il momento è riuscito soltanto a realizzare l’inviluppo dei massimi: si è messo contro gli avvocati che stanno giustappunto per scioperare, i farmacisti, i tassisti, i panificatori, il mio veterinario che ha affisso la locandina ‘animali più sani senza il decreto bersani’, e persino alcune associazioni di consumatori che avevano fatto la bocca buona sulla storia dei taxi, rimanendo poi piuttosto delusi dopo l’effetto annuncio.

Nel frattempo dalle parti campane il sindaco di Napoli Jervolino si accapiglia col ministro della giustizia Mastella sul tema dell’indulto, su cui non c’è più molto da discutere, perché ormai chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato.

Nel mezzo di questo tourbillon Prodi, il quale ha da guardarsi le spalle sia da destra che da sinistra, e deve capitanare la nave del governo in mari sempre difficili.

Scrivere i programmi in fondo è stato bello, giocare al teatrino della politica in campagna elettorale un po’ disgustoso ma in fondo facile, ma adesso sembra finito il tempo di scherzare.

Si possono difendere diritti e stato sociale, ma viviamo in un’epoca nella quale la globalizzazione e la Cina tendono a divorarci, e non si può pretendere ciecamente di difendere vecchi privilegi e rendite di posizione contro quella che è e sarà sempre di più l’economia degli outsider.

Nessuno può più permettersi di pensare che sia ancora tempo di fare i fardelli d’Italia.




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8 settembre 2006

Adinolfi e TocqueVille su Europa

Oggi Mario Adinolfi  parla anche di questo blog nel suo articolo sul quotidiano Europa.
L'argomento è dato dal dibattito intorno all'aggregatore di blog TocqueVille, e più in generale ci si interroga se anche i blog non inquadrati a sinistra riescano effettivamente a fare politica anch'essi, sapendo interpretare appieno lo spirito aperto e democratico intrinseco ai nuovi mezzi di comunicazione, o se non cerchino piuttosto di arrabattarsi rischiando di riadattare vecchi schemi mentali e vecchi metodi a qualcosa che è invece nuovo in maniera rivoluzionaria. Ovviamente il discorso parte dal presupposto che ai blog di sinistra la rete si confaccia già pienamente.

Inoltre nell'articolo Adinolfi, con grande generosità, si azzarda persino a definire autorevole la sottoscritta.

Che dire, correte suuubito a comprare Europa!




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8 settembre 2006

Santoro ritorna. Ma Luttazzi per favore no.

Santoro ritorna in tv con Anno Zero, una trasmissione che, da quanto si legge, sembra già destinata al successo. Un buon mix di giornalismo e di glamour (con la contessina Borromeo, nipote di Marta Marzotto e cognata di casa Agnelli), e poi il vetriolo di Travaglio, l’appeal di Rula Jebreal, le meraviglie di Corrado Guzzanti, le musiche di Nicola Piovani. Sembra avere tutti gli ingredienti giusti per attrarre interesse, ma soprattutto quella fondamentale dose di polemiche e di curiosità volte a decretarne l’audience. Tralascerei il neo-biondo di Santoro, il quale in ultima analisi dovrebbe essere piuttosto soddisfatto del risultato. E invece no, lui dice che sarà soddisfatto soltanto quando ritorneranno in Rai anche Biagi, la Guzzanti e Luttazzi.

Qui il dubbio sorge spontaneo. Passi per Biagi e, per chi ne apprezza il sottile humor di stampo inglese, persino per la Guzzanti. Ma, in tutta sincerità, c’è qualcuno che possa mai dire di aver sentito il bisogno di Luttazzi come artista in questi ultimi anni o in qualsiasi momento di qualsiasi anno?




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6 settembre 2006

Veltroni, lascio. Anzi, raddoppio, triplico.

Qualche settimana fa Veltroni in un’intervista al Venerdì di Repubblica parlava del proprio addio alla politica al termine del mandato da sindaco. Chi l’ha letta ha avuto un soprassalto per una notizia dal sapore incredibile sia considerando l'estrema popolarità dell'intervistato, le cui sorti politiche godono ancora di un certo fulgore, sia dal momento che siamo in Italia e nessuno si ritira praticamente mai dalla politica a meno che qualcuno non lo prenda a sonori calci nel sedere (ed anche in quel caso dopo qualche anno ci riprova). E dunque alla fine si è stabilito che no, era un bluff e che ad una cosa del genere nessuno ci avrebbe creduto.

E infatti il 29 agosto ha corretto il tiro: 'resterei se le condizioni attuali cambiassero'.'Il mio impegno fino al 2011 è come sindaco ma potrei restare in politica se le condizioni cambiassero: ad esempio, se ci fosse l'elezione diretta del premier, maggiori poteri al primo ministro e un sistema maggioritario bipolare. Credo che il mio impegno possa continuare in altre forme, spaziando dalla politica all'impegno civile e personale' (ANSA). E poi il 5 settembre dichiara in un’intervista televisiva: 'Se cade il divieto per il terzo mandato mi ricandiderei come sindaco di Roma', e basta una sua parola per riaprire subito la questione del limite per il terzo mandato dei sindaci.

E sì che certamente, quale che sia la propria opinione politica, l’addio del sindaco di Roma alla scena politica si sarebbe sentito eccome.

Veltroni è davvero il grande sindaco che ha fama di essere? Chi lo sa, forse sì, ma non è questa la cosa importante. Walter Weltroni è uno dei più grandi comunicatori che l’Italia abbia mai avuto, è un vero genio assoluto della comunicazione, ed in politica accade che una cosa diventi vera e di fatto avvenga solo e soltanto se è comunicata nella maniera giusta. C’è poco spazio per la buona amministrazione senza un tocco di gloria e qualche fuoco d’artificio.

Se ovviamente è altamente improbabile un terzo mandato a sindaco dell’inventore del buonismo, del politico di sinistra più santificato anche dalla destra, il quale pure nella veste di romanziere supera le centomila copie in tre giorni (che invidia!), è praticamente scontata una sua candidatura a premier per le prossime elezioni. E, nel quadro politico di oggi, questo certamente significherebbe che Rutelli e i vari contendenti farebbero bene a rivolgere le proprie ambizioni altrove, chessò, per esempio alla pittura ed alle arti figurative.

Ma il 2011 - o le elezioni anticipate - sono ancora troppo lontani, il fantasmagorico partito democratico è ancora di là da venire ed in tutto questo tempo qualunque cosa diversa potrebbe accadere.

Allora non è che il grande comunicatore proprio stavolta faceva meglio a stare zitto?

 




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5 settembre 2006

Napoli: ma è qui la guerra?

Leggendo le notizie di cronaca che riguardano Napoli si ha quasi l’impressione che la guerra sia lì. Nelle ultime ore un edicolante è stato ucciso a coltellate per una rapina, gli scippi sono la regola, le aggressioni anche, e di solito sono rivolte soprattutto ai turisti, cioè proprio a coloro i quali potrebbero portare linfa ad un territorio che lamenta sempre carenza di risorse economiche.

Certo, Napoli non è soltanto questo, ma come si può pensare di costruire qualcosa in una città in cui occorre sempre guardarsi alle spalle, in cui la paura pervade sempre un po’ di più coloro che dovrebbero viverla e farla vivere?

Che a Napoli le cose andassero in un certo modo lo si sapeva, tuttavia negli ultimi anni le cose stanno decisamente precipitando, e sembra proprio che il quasi-quindicennio bassoliniano nulla abbia potuto nell’ambito della sicurezza e della vivibilità.

Ma, sopratutto, le notizie di questo genere sui giornali spesso non hanno più nemmeno la dignità di una certa evidenza, e spesso occorre andare a cercarle con attenzione. In fondo è accaduto con l’Iraq, figuriamoci con Napoli. Ma davvero deve diventare come l’Iraq?

Io vorrei essere tra quelli che ci provano a far qualcosa per cambiare questa tendenza, tra quelli dell’Altra Napoli, ma la prima considerazione da fare è che troppo spesso la politica non ha avuto e non ha né il coraggio né la voglia di non fermarsi in superficie e di mettere seriamente le mani in quelli che sono i motivi profondi del caos e dell’invivibilità. C’è sempre una tornata elettorale troppo vicina e se arrivano i soldi servono per fare cassa in termini di consenso elettorale immediato.

E giustamente qualcuno che ha subito una delle tante insopportabili violenze chiede al sindaco Jervolino di darle anche tre sole ragioni per restare ancora in quella città.




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