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NON SONO LE IDEE
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MA LE FACCE".
(L. Longanesi)

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Appunti e spunti per un centrodestra ecologista

L'Altra Napoli
La società del rifiuto
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16 luglio 2010

www.danielacondemi.wordpress.com

Il blog riprende la sua attività e trasloca qui: 

http://danielacondemi.wordpress.com/
Ciao Cannocchiale, ti ho amato tanto.


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permalink | inviato da Daniela Condemi il 16/7/2010 alle 8:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


15 settembre 2009

Sette per cento

La comunicazione nei rapporti umani è fatta di parole, di sguardi, di gesti, delle emozioni evidenti che saltano agli occhi, ma anche di quelle che traspaiono attraverso impercettibili o malcelati movimenti del corpo che cercano di dissimulare le emozioni stesse. E' tutto questo che nel suo complesso costituisce il vero racconto delle persone, della loro natura e dei loro sentimenti. E' su tutto questo che dovremmo formarci un'idea o delle sensazioni.
Secondo alcuni studi scientifici nella comunicazione la voce rivestirebbe un peso del 38%, il linguaggio non verbale (cioè lo sguardo, il modo di muoversi, l'espressione del viso e del corpo) quello del 55%, e dunque alle parole, alla comunicazione verbale vera e propria, non resterebbe che un misero 7%.
Da ciò se ne trae che tutto il tempo che trascorriamo utilizzando facebook, gli sms, i vari messenger e persino le email è tempo investito soltanto su quel sette per cento di quanto sarebbe possibile trasmetterci nei rapporti umani, e che nel fare questo non possiamo che perdere tutte le cose che passerebbero invece attraverso i gesti, gli sguardi, i suoni di una voce.
Sorge allora il dubbio che tale nuovo modo di vivere e di interagire porti inevitabilmente a dei rapporti non soltanto assolutamente parziali, perché privi di quel novantatré per cento della comunicazione, ma che, se protratti nel tempo, questi tendano persino a divenire qualcosa di viziato, di alterato e di notevolmente nevrotico. Insomma dei rapporti tra avatar fatti di botta e risposta continui, e di nulla di più.
D'accordo, mi si può dire, la tecnologia è soltanto un mezzo. Ma, si sa, troppo spesso la forma diviene immancabilmente anche sostanza. Ed oggi come oggi se si può si tende a rinunciare persino all'uso del telefono a favore di un messaggino con gli emoticon.
Sarà per questo che molti trovano straordinario il contatto con gli animali, che guarda caso costituisce proprio la negazione della comunicazione verbale.
Sarà per questo che attraverso facebook si ritrovano spesso tantissimi rapporti perduti - compagni di scuola, ex amori, amici d'infanzia, vecchi compagni d'avventure - ma che poi, dopo il "vediamoci, sentiamoci" di rito, anche in seguito di fatto quei rapporti ritrovati restano confinati proprio in quel limbo virtuale.
Sarà per questo che c'è qualcuno che ancora, anche a dispetto dell'immensa praticità ed efficienza che comportano certi mezzi, resiste, resiste, resiste, ed utilizza a malapena l'email quando proprio non riesce a farne a meno.
Sarà per questo che ogni tanto anche io penso di prendermi un po' di vacanza da questo mondo virtuale, magari investendo lo stesso tempo nella lettura di qualche libro, in un concerto, o in qualche cena tra amici.
Alla ricerca di quel novantatré per cento orribilmente perduto.


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permalink | inviato da Daniela Condemi il 15/9/2009 alle 0:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


20 aprile 2008

Ciao, Giuliano

Stasera a un certo punto avevo sperato che qualcuno fosse impazzito e avesse deciso di farci uno scherzo orribile. Invece no.
Col tempo penserò anche che non è giusto ricordare con un muso lungo chi andava incontro alla vita sorridendo, ed aveva una capacità unica di trasmetterti tutto quell'entusiamo. E allora lo ricorderò con un sorriso. Più in là, stasera no.
Ciao, Giuliano.




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21 ottobre 2007

La società del rifiuto

Immancabilmente quando si pensa al problema dei rifiuti viene in mente quello che ha passato e patisce la Campania. La questione è tutt’altro che risolta, ed occorre vigilare, continuare a parlarne, tenere d’occhio quelli che stanno da un tempo infinito nei palazzi, e dimostrano ogni giorno di più di aver perso il contatto con la realtà.

 

Napoli in prima pagina sul New York Times per l'emergenza rifiuti, 31/5/07

L’Italia ogni anno produce, almeno ufficialmente, circa 130 milioni di tonnellate di rifiuti. E se consideriamo quelli non ufficiali il dato può soltanto aumentare.

La raccolta differenziata viene attuata pochissimo dai comuni, e resa impossibile o poco praticabile concretamente nella gran parte dei casi. Ma, anche laddove questa viene attuata, nel nostro Paese la differenziazione dei vari scarti è vista dai più come un fastidioso onere che compete soltanto a qualche fanatico ambientalista.

Poi c’è il problema della camorra che tratta il business dei rifiuti: rifiuti del sud ed anche di tantissime aziende del nord, che vengono illegalmente sversati ed occultati nelle nostre terre, per abbattere i costi di smaltimento legale, e che vanno ad infestare i prodotti dell’agricoltura.

E c’è la questione dell’impatto ambientale dovuto all’uso indiscriminato di acque minerali: da quando l’acqua di rubinetto è caduta praticamente in disuso come bevanda, quasi sempre dalle aziende produttrici ai comuni viene pagato poco o niente per le concessioni, salvo poi riversare su di essi (cioè sui cittadini), moltiplicato in modo esponenziale, il costo di smaltimento delle bottiglie di plastica.

Quando si parla di rifiuti i problemi insomma sono tanti, e vanno intrecciandosi. Ma occorrerebbe parlare anche dell’atteggiamento psicologico sbagliato con il quale di solito tendiamo ad affrontare la questione.

Questa estate mi è stato spiegato da alcuni residenti ad Ischia che, in uno dei comuni dell’isola, per ragioni di ordine estetico si è praticamente deciso di eliminare i cassonetti. Con l’incredibile e orripilante risultato di vedere gli abitanti del posto che, con il caldo come con il freddo, sono tenuti ad ammucchiare i sacchetti dei rifiuti così, direttamente sulla strada. Finché le ditte non passano a prelevarli e non rimane più alcuna traccia apparente dell’immondizia che è stata prodotta.

Acquistiamo, produciamo, consumiamo, eliminiamo sostanze e materiali in quantità sempre crescente ma, per carità, dei nostri rifiuti non vogliamo manco sentir parlare. Dopo aver fatto di tutto per acquisire sotto forma di beni vari quella materia prodotta da noi stessi, la rigettiamo improvvisamente sotto forma di rifiuto e non abbiamo più alcun interesse né ad accettare le implicazioni che il suo utilizzo comporta, né a favorirne un suo possibile riutilizzo. Non vogliamo vedere il segno della nostra immondizia attraverso la presenza dei vari cassonetti nelle strade, non la vogliamo respirare quando si discute di come smaltirla quando diventa un peso insopportabile per il territorio. Non vogliamo più sentirne parlare e vogliamo soltanto che sparisca lontano da noi, Not In My Back Yard, appunto. Liberiamoci del vecchio, e via con il prelievo di nuove risorse naturali.

Ma è scomodo ed inutilmente consolatorio togliere i cassonetti dalle nostre strade, perché nella natura tutto ritorna, e qualunque cosa venga immessa nell’ambiente e scacciata dalla porta rientrerà, inevitabilmente, prima o poi dalla finestra.

Io vorrei invece cassonetti di ogni tipo più o meno ovunque, perché oltre a renderci più lieve la raccolta differenziata, e dunque il corretto riutilizzo dei materiali, costituirebbero anche un ottimo promemoria volto a farci più consapevoli circa i risvolti del nostro stile di vita.

Perché non è possibile immaginare una società che non abbia limite alcuno.

Si parla, si dibatte e si litiga tanto su come smaltire i rifiuti esistenti, e mai di come evitare di produrne di nuovi. Non si dice una cosa molto semplice, e cioè che la lotta ai rifiuti si fa anche e soprattutto a monte: e allora occorre dire che va ridotta la quantità di imballaggi inutili per ogni prodotto acquistato, che anziché assicurarci l’igiene a volte ci garantiscono soltanto un futuro di spazzatura che ci sommergerà; che in ogni caso gli imballi devono essere fatti di materiali facilmente separabili tra loro, e che devono essere esclusi dalle produzioni quelli non recuperabili o dannosi per l’ambiente. Che in certi casi vanno riscoperti i vuoti a rendere o la vendita di prodotti sfusi e che bisogna incentivare la fabbricazione di beni durevoli, senza cedere soltanto alla logica dell’usa e getta. Insomma, che in questo campo – prima ancora di riuscire a vincere una difficilissima lotta contro le ecomafie - sarebbe il caso di incominciare a considerare anche il fatto che il miglior rifiuto è proprio quello che non viene prodotto.


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permalink | inviato da danielacondemi il 21/10/2007 alle 1:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


26 dicembre 2006

Vigilia di Natale

Nonostante lo sciopero dei giornalisti e le difficoltà a far circolare la notizia, nonostante il rifiuto del vicariato di Roma di concedere la benedizione della Chiesa a quel suo ormai tormentato corpo - appena abbandonato dopo esser divenuto strumento di lotta politica - nonostante i frenetici e forse un po’ insensati preparativi dei cenoni natalizi, il 24 mattina non si poteva non essere lì per rendere un saluto al Calibano.








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21 dicembre 2006

Addio a Welby

Stamattina alle 7.30 Marco Pannella a Radio Radicale ha dato la notizia della morte di Piergiorgio Welby.
Ci sarebbero tante cose da dire, ma credo che quello su cui tutti potremmo essere d'accordo è il fatto che, in in un mondo di mezze figure, Welby nella più tragica delle condizioni ha avuto la stoffa di vero leader politico e, retorica permettendo, anche un po' di eroe.
Piergiorgio Welby ha generosamente consegnato la sua tragica esperienza alla politica: adesso auguriamoci soltanto che gli impulsi un po' beceri di certa politichetta nostrana non tentino troppo di infierire su di lui una seconda volta.





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9 dicembre 2006

Non è colpa di Barney

A scanso di equivoci.
Non scherziamoquesta roba qui non ha proprio nulla a che vedere con l'animalismo e con la questione dei diritti animali. Anzi.




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6 dicembre 2006

Quella spy story alla pummarola

Qualunque sia l’impressione che ne abbiamo ricavato, di certo c’è che non ne sappiamo ancora abbastanza. E toccherà andare avanti. In ogni caso si tratta di qualcosa di agghiacciante.

Però se un po’ di tempo fa qualcuno ci avesse detto che ci sarebbe toccato di vivere una simile spy story alla pummarola gli avremmo dato del matto. Invece è accaduto. C’è la spy story internazionale e c’è la pummarola. E stiamone certi, ci sono pure le bufale.

Anche su PigiamaMedia




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16 novembre 2006

Alieni

Domanda: "La comunicazione dei politici italiani è spesso noiosa, vecchia e stanca. Perché non rinnovano il loro linguaggio per andare incontro alla gente?"
Risposta: "Perché incontro alla gente non ci vanno; sfido a trovare un politico che prenda un autobus, un taxi, che faccia davvero la coda all'aeroporto, che prenda un treno che non sia un Eurostar super comodo. La verità è che sono degli alieni, non hanno la percezione di come gira il mondo, sono fuori dalla realta''".
Daniele Capezzone nell'intervista di Igor Righetti al settimanale 'Visto'.

Si cerca disperatamente qualcuno che voglia smentirlo.




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8 settembre 2006

Santoro ritorna. Ma Luttazzi per favore no.

Santoro ritorna in tv con Anno Zero, una trasmissione che, da quanto si legge, sembra già destinata al successo. Un buon mix di giornalismo e di glamour (con la contessina Borromeo, nipote di Marta Marzotto e cognata di casa Agnelli), e poi il vetriolo di Travaglio, l’appeal di Rula Jebreal, le meraviglie di Corrado Guzzanti, le musiche di Nicola Piovani. Sembra avere tutti gli ingredienti giusti per attrarre interesse, ma soprattutto quella fondamentale dose di polemiche e di curiosità volte a decretarne l’audience. Tralascerei il neo-biondo di Santoro, il quale in ultima analisi dovrebbe essere piuttosto soddisfatto del risultato. E invece no, lui dice che sarà soddisfatto soltanto quando ritorneranno in Rai anche Biagi, la Guzzanti e Luttazzi.

Qui il dubbio sorge spontaneo. Passi per Biagi e, per chi ne apprezza il sottile humor di stampo inglese, persino per la Guzzanti. Ma, in tutta sincerità, c’è qualcuno che possa mai dire di aver sentito il bisogno di Luttazzi come artista in questi ultimi anni o in qualsiasi momento di qualsiasi anno?




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26 luglio 2006

Il Sarchiapone Democratico

Da prima delle elezioni si è incominciato a discutere del costituendo e futuribile Partito Democratico. E la prima cosa che viene da constatare è che ancora una volta tocca dare una definizione all’americana per inquadrare le categorie della nostra politica. E vabbè.

Ma poi, all’indomani della tornata che ha visto il centrosinistra vincere sul filo di lana, qualcuno ha incominciato ad invocare il Partito Democratico come l’entità che avrebbe dato finalmente un senso allo schieramento, la casa che avrebbe finalmente accolto i senza casa del centrosinistra e reso fratelli coloro che erano su posizioni avverse, il soffio d’entusiasmo per chi era demotivato e, last but not least, un vero partito per il Presidente del Consiglio. E al tempo stesso si tratterebbe di una formazione volta ad annientare di fatto gli attuali partiti che vi confluirebbero e le loro eventuali imposizioni politiche al capo del governo.

Ma l’impressione è che, invece, a parte alcuni movimenti che intenderebbero davvero far partire dal basso questa nuova creatura, la maggioranza della politica politicante che dovrebbe dargli vita ami tesserne le lodi ma in concreto non lo voglia affatto, e il povero embrione di Partito Democratico sia vissuto un po’ da tutti come ‘la figlia della sora Camilla’. O, per usare una definizione che incomincia a circolare a furor di popolo, come il Sarchiapone del terzo millennio.

E allora Prodi per incominciare a fare sul serio e stabilire delle date in proposito propone prima un seminario, poi entro il 2007 i congressi di Margherita e Ds, e infine la presentazione del PD alle europee del 2009, data per il momento abbastanza lontana per rischiare di comportare l’assunzione di impegni seri. E, quando tutto manca, in mezzo anche una bella consultazione del popolo delle primarie.

In effetti il Partito Democratico sembra voler essere, nelle intenzioni e nei fatti ed ammesso che nasca mai, più un’unione d’interesse tra oligarchie partitocratriche che un matrimonio d’amore e di democrazia.

Se sarà già difficile che una simile realtà giunga a trovare un punto di sintesi sui temi economici, anche per quanto riguarderà i temi etici ci si chiede se i laici ed i cattolici attualmente presenti in quello schieramento desiderino davvero giungere ad un soggetto che esprima una marmellata di posizioni frutto di compromesso, o non preferiscano piuttosto che vi sia qualcuno che continui ancora a rappresentare la pienezza delle loro opinioni ed idee.

Post pubblicato da Libero Blog




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22 luglio 2006

Telecom e il grande orecchio che ti ascolta

Il dubbio che con l’evolversi delle tecnologie tecnicamente potessero non esservi più difese per la propria privacy, nonostante una legge per certi aspetti assai severa, e che in teoria ciascuno di noi potesse essere continuamente ‘ascoltato’ non più da un marito o da una moglie gelosa ma da personaggi assai meno raccomandabili persino della suocera, era un dubbio che avevamo.

Ma poi, nel rincorrersi quotidiano delle notizie di intercettazioni, questo dubbio è diventato quasi una certezza.

E al dubbio si aggiungono altri dubbi, soprattutto quando si leggono notizie inquietanti come quella del suicidio a Napoli di Adamo Bove, ex funzionario della Digos e capo della sicurezza prima di Tim e poi del gruppo Telecom. Dopo gli ultimi scandali che hanno gravitato sempre intorno alle intercettazioni, nell’ambito dell’inchiesta su quelle illegali era stato interrogato dai magistrati di Milano. Non era assolutamente indagato, ma chi lo conosceva pare affermi che ultimamente avesse paura. Di che cosa, esattamente? Questo lo accerteranno i magistrati.

Ma noi ci chiediamo perché mai, eccezion fatta per qualche testata, pare che la stampa parli così poco di questa vicenda. Forse qualcuno teme che gli stacchino la linea?

Si pescano a piene mani informazioni, dati sensibili e spostamenti delle persone, e non si sa chi e in che termini ne faccia un uso distorto o le rivenda al mercato nero. I dubbi investono il fatto che non soltanto dipendenti infedeli ma anche un sistema interno deviato e ben organizzato possa violare la nostra privacy ed utilizzare tutte le notizie che ci riguardano nel modo più bieco.

Molto istruttive un’intervista di oggi a Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale e quella a Giuliana D’Olcese, che è stata protagonista di una vicenda assai intricata con Telecom. Entrambe si possono riascoltare scaricandole dal sito della radio, notiziario del 22/7/06 delle 14:09.


Post pubblicato da Libero blog




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21 luglio 2006

Diversamente outsider

Ricucci esce dal carcere dopo alcuni mesi con dodici chili in meno ed una patologia cardiaca in più.

Il finanziere d’assalto che campeggiava su tutte le copertine un anno fa non ha certo intrapreso azioni commendevoli, tuttavia nulla mi toglie dalla testa che se non fosse venuto dalla provincia romana ed avesse portato un altro cognome (magari due), se insomma fosse stato un bel rampollo di famiglia non gli sarebbe toccato in sorte quello che gli è toccato.

Nel campo dell’economia, quella sana se ancora esiste, ultimamente si parla tanto (ma non ancora abbastanza) della questione degli outsider, e con una strana associazione d’idee mi è venuto in mente che oggi come oggi forse nemmeno nella finanza da strapazzo è lecito essere degli outsider senza famiglia e senza salotto.




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4 luglio 2006

Taxi driver???

Il Codacons, l'associazione dei consumatori, sta predisponendo una serie di esposti alle procure di Milano, Roma, Torino e Genova, "per verificare se il comportamento odierno dei tassisti e le varie proteste che stanno creando evidenti disagi alla cittadinanza configurino eventuali illeciti, come turbativa di pubblico servizio o blocco stradale, quest'ultimo in riferimento ai gravi rallentamenti della viabilita' a Roma". L'associazione che rappresenta i consumatori giudica "inaccettabili" le proteste messe oggi in atto in tutta Italia dai tassisti e invita i cittadini penalizzati a chiedere equi indennizzi dinanzi al giudice di pace. In particolare, l'associazione sollecita gli automobilisti intrappolati nel rallentamenti causati dal taxi a Roma e i passeggeri che negli aeroporti delle varie citta' hanno subito disagi, a ciedere ai responsabili il risarcimento dei danni subiti. (AGI del 3/7/06)

Solo chi viva a Roma e, per virtù o per necessità, sia costretto ad usufruire continuamente dei taxi per spostarsi può capire che cosa significhi quello che sta succedendo e quante vessazioni l'utente sia costretto continuamente a subire.




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26 giugno 2006

L’esito del referendum e la scuola di comunicazione politica

L’ingratitudine è proprio una gran brutta cosa e, si sa, proprio la politica spesso ne vede il trionfo.

Ma oggi Prodi dovrebbe sinceramente ringraziare di cuore la Casa delle Libertà, che gli ha regalato un’ulteriore vittoria a costo zero. Perché in questa occasione la sinistra non ha dovuto nemmeno faticare granché per ottenere il capolavoro dell’ultima ed ennesima tornata vincente nel giro di pochi mesi, ottenuta tranquillamente nonostante incoerenze e contraddizioni interne, che ha dato invece finalmente un’occasione per poter compattare tutti come un sol uomo, al ragionevole grido del ‘no’. Di occasioni del genere non se ne vedevano da tempo da quelle parti!

E la Cdl ha fatto il miracolo con un gesto semplice: appiattendo di colpo tutta la propria politica su una riforma voluta essenzialmente dalla Lega Nord, di cui gli elettori di Forza Italia e di An, soprattutto al Sud, non se ne impipavano granché, quando non erano addirittura fortemente contrari. Cotanta riforma nelle ultime settimane è invece assurta a quintessenza di tutta la politica di centrodestra degli ultimi anni.

Chissà perché, in un momento in cui la CdL non era più al governo, qualcuno nell’Udc aveva anche espresso aperto dissenso, e non vi era più un pericolo di tenuta della maggioranza che aveva caratterizzato gli anni di governo e che spingesse ad un abbraccio mortale con la Lega.

La Lega che infatti dovrebbe da questo punto in poi pensare di metter su una scuola di comunicazione politica, se va dicendo cose come "Gli italiani fanno schifo e l'Italia fa schifo” (Speroni).
Aveva dunque senso giocarsi tutta la partita politica su questo referendum? La domanda l’avevo già posta qui, mentre si andava già delineando uno scenario in cui l’identificazione tra elettore di centrodestra per il sì ed elettore di centrosinistra per il no appariva una balla dell’ultima ora, soprattutto per l’elettorato del Centro e del Sud. Ma evidentemente ciò doveva essere difficile da intuire per gli stati maggiori della CdL, e per comprenderlo bisognava attendere la sonora verità dei numeri.

Due le domande che se ne traggono. Alla CdL: ma per caso anche lì serve qualche cineasta che dica “Continuiamo così, facciamoci del male”?. E a Prodi: “E lei, almeno, ringrazia?”.




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20 giugno 2006

Contro alcune idee preconcette sul referendum

25 giugno: come liberarsi dagli slogan

Certe argomentazioni utilizzate dai sostenitori del sì o del no per convincere gli elettori, francamente proprio non convincono. Due su tutte.

Vecchiaia
Se qualcuno vuole cambiare in maniera radicale la Costituzione ne ha tutto il buon diritto e può anche averne delle buone ragioni, ma per favore non ci venga a dire che va fatto perché la costituzione è “vecchia”. Quella americana risale alla fine del Settecento, e da allora è stata soltanto emendata in base ad alcune mutate esigenze legate all’evoluzione dei tempi.
Lo stesso dicasi per chi, all’inverso, tromboneggia circa una presunta sacralità della stessa.

La curva sud
Non si capisce perché mai in occasione di ogni referendum sia fatta concessione dai partiti ai propri elettori di poter esercitare una certa libertà di coscienza, ammesso che la gente aspetti realmente cotanto nulla osta e non faccia già un po’ come gli pare. Per questo referendum no. Non è ammessa libertà di coscienza.
D’accordo, si tratta di pur sempre di un referendum di natura diversa da quelli abrogativi e senza quorum, ma mi chiedo perché la nuova struttura costituzionale dello Stato (destinata a durare almeno per qualche decennio, suppongo) debba diventare un plebiscito pro o contro Prodi e Berlusconi, i quali appartengono comunque ad uno scenario politico assolutamente legato all’attualità, e che probabilmente è alquanto destinato a cambiare tra due anni od anche tra sei mesi. Dopodichè resterà a tutti l’eredità della nuova o della vecchia Costituzione.
In un regime bipolare come il nostro credo sia innegabile che qualunque essere pensante non faccia fatica ad identificarsi sempre al mille per mille con ogni proposta ed ogni legge approvata non dico dalla coalizione, ma anche semplicemente dal partito che sceglie di votare.
Perché allora in questa occasione i partiti si esprimono come se gli elettori dovessero diventare soltanto tifosi della curva sud e fanno finta di negare anche la sola possibilità che esistano elettori di centrodestra che non condividono questa riforma ed elettori di centrosinistra che apprezzano il tipo di scelte introdotte nella norma sottoposta a referendum? Personalmente trovo da sempre lo spirito da tifo calcistico un'espressione d’insipienza e di ottusità, quando questo viene esercitato al di fuori dello stadio, nella politica come nella vita.
Dunque ben venga uno sforzo per informarsi effettivamente sui contenuti dell’oggetto del referendum, perché avranno una portata immensa: non c’entrano niente né con Prodi né con Berlusconi, non crediamo a certe balle e votiamo con la testa libera dagli slogan.




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4 giugno 2006

Sergio D’Elia, una storia scritta a quattro mani. I suoi detrattori e San Paolo.

Quando ho saputo dell’elezione alla Camera di Sergio D’Elia ne sono stata contenta. La sua mi è sembrata una bella storia, e credo si tratti anche di una storia testimoniata e raccontata oggi da lui, ma la cui scrittura è incominciata a quattro mani tanti anni fa con Mariateresa Di Lascia, che era sua moglie.
Della quale soltanto la prematura scomparsa nel ‘94 fa sì che il suo nome non abbia oggi la giusta fama che certamente le sarebbe toccata. Il suo romanzo “Passaggio in ombra” è una straordinaria saga familiare che fu paragonata ai capolavori di Elsa Morante e Tomasi di Lampedusa e, pubblicata soltanto pochi mesi dopo la sua morte, vinse il premio Strega nel 1995. Di quel successo lei non poté godere, e fu Sergio D’Elia a rappresentarla di fronte al pubblico.

Ma l’impegno civile e politico era stato il filo conduttore della vita di Mariateresa Di Lascia. Prima di quegli anni era stata deputato radicale, aveva fondato appunto con quello che sarebbe divenuto suo marito la Lega Internazionale "Nessuno tocchi Caino" per l'abolizione della pena di morte nel mondo, si era sempre impegnata per le cause legate ai diritti civili, all’ambiente, alla diffusione dell’omeopatia e delle medicine non convenzionali. L’impegno politico era per lei qualcosa d’imprescindibile, ed il cammino di Sergio D’Elia per certi percorsi nonviolenti e radicali era incominciato proprio grazie a lei. Colgo l’occasione per ricordarla perché sono orgogliosa che Mariateresa sia stata a quel tempo per me forse la mia amica più preziosa, che abbia rappresentato uno degli incontri migliori della mia vita, che al tempo stesso mi abbia voluto bene con l’enorme generosità che le apparteneva e mi abbia rimproverata spesso con il suo carattere spinoso che tante volte non l’aveva aiutata, e che quando ero poco più di una ragazzina e non vivevo ancora a Roma mi abbia accolta con grande affetto per lunghi mesi a casa sua, che era anche casa di Sergio.

Dopo la morte di Mariateresa l’ho perso di vista, ma gli faccio comunque i miei migliori auguri, anche perché sono certa che farà bene e che in questa esperienza porterà necessariamente qualcosa di lei.

Certamente la scelta del centrosinistra di attribuirgli il ruolo istituzionale di segretario alla Camera è stata una scelta forte, tuttavia è singolare notare la contraddizione per cui tutte queste polemiche non siano state sollevate in occasione della sua elezione a deputato, e come attraverso gli anni esponenti politici di ogni sorta abbiano sottoscritto tantissimi appelli contro la pena di morte promossi dall’associazione “Nessuno tocchi Caino”, di fatto ratificandone ed apprezzandone all’unanimità l’attività politica e l’impegno civile.

Non so se D’Elia sia cattolico, ma molti tra i politici che lo attaccano si professano tali e del cattolicesimo fanno una bandiera politica. E se si può in parte comprendere l’incapacità dei parenti delle vittime a perdonare chi comunque ha già pagato secondo la giustizia degli uomini, dispiace invece osservare come i politici suoi detrattori in questo caso non riescano a prendere sul serio le parole di San Paolo, quando afferma "dove il peccato è abbondato, la grazia di Dio è sovrabbondata", perché la storia di D’Elia dovrebbe esserne una perfetta manifestazione.




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17 maggio 2006

La giovinezza della politica

Nella trasmissione di Bruno Vespa di ieri sera è stato posto a Bertinotti il problema in gran voga in questi giorni circa il fatto che i nostri rappresentanti nelle istituzioni e la nostra classe politica sarebbero un po’ troppo agé per poter comprendere veramente le istanze delle nuove generazioni ed in particolar modo il problema della precarietà nel lavoro.

Bertinotti, con una serie di esempi abbastanza articolati, ha rappresentato quanto possa esservi una capacità di compenetrazione e di rappresentanza anche tra chi è portatore di caratteristiche molto diverse, ed ha concluso che la differenza non è data dall’età, ma che si tratta invece di un problema di cultura politica.

Condivido pienamente.

E mi sembra che almeno il presidente della Camera vada contro una retorica ultimamente abbastanza ricorrente.

Forse si potrà dire che Bertinotti parla a proprio favore perché è ormai ultrasessantenne, tuttavia, fatte le dovute differenze, anche una che si trova ancora al di sotto dei trentacinque e dunque potrebbe rientrare perfettamente nella categoria dei ‘giovani’ per come li si intende oggi (prima credevo che si divenisse uomini e donne subito dopo i vent’anni, adesso scopro con piacere che la giovinezza arriva a quaranta e di conseguenza anche lo svezzamento da una serie di abitudini di ordine pratico e di ordine psicologico) può sottoscrivere un’opinione che suona un po’ anticonvenzionale per questo periodo.

Non voglio negare né che esista una temperie propria di certi decenni, che ne condiziona anche la cultura e le idee, né tanto meno che vi siano dei periodi storici nei quali cambiano vorticosamente l’economia  e la società, e con esse dunque le esigenze di intere generazioni.

Tuttavia credo anche che chi si candida a fare politica si accinge comunque a sfidare e a navigare nel regno del possibile, dove tutto in teoria si può creare e di tutto occorre occuparsi. E dunque così come per avere una visione politica della giustizia non è detto che si debba essere un magistrato o un avvocato, per affermare la laicità dello stato non si debba essere atei o al contrario non ci si possa occupare dei rapporti con le religioni soltanto se si è di volta in volta cattolici, buddisti o musulmani, che per affermare i diritti degli animali non si debba essere necessariamente un cavallo, così non è detto che per affrontare le emergenze e le esigenze delle giovani generazioni si debba essere necessariamente giovani dal punto di vista anagrafico. È un problema di cultura politica. Oltre che, in questo caso, di giovinezza interiore.

Senza contare anche che ha la sua importanza il come si è stati giovani in politica un tempo: colui che lo è stato in modo glorioso, o almeno dignitoso, ecco forse quel vecchio ha molto di più da insegnarmi di quanto ne abbia il giovane trentenne rampante che incede a grandi passi verso i palazzi del potere.

Insomma, anche io trovo detestabile la presenza di un ceto politico che in certi momenti costituisce un blocco di potere volto soltanto alla propria autoconservazione, ed allo stesso modo quando ero meno che ventenne ed avevo già il mio piccolo trascorso di impegno politico, trovavo odioso che qualunque mia opinione venisse liquidata e screditata con la scusa della mia giovane età.

Ma allo stesso tempo non mi sento neanche di condividere la tendenza giovanilista che si va affermando, come se l’età potesse costituire ormai per tanti l’unico punto di forza e l’unico argine di difesa contro lo straripamento e l’arroganza del potere dei partiti.

Rischia di divenire l’affermazione del principio della competenza portato all’ennesima potenza, che vuole che la politica abdichi ancora una volta a favore dei ‘tecnici’, che in questo caso sarebbero i giovani. E per giunta nella fattispecie si tratterebbe di un principio di competenza applicato ad un attributo che appartiene alle persone soltanto in maniera incidentale e temporanea. Un po’ poco.

E questo presume che, una volta passata da un po’ la fatidica soglia degli anta, le attuali giovani classi dirigenti assumerebbero lo stesso atteggiamento delle attuali senescenti classi dirigenti.

No, ha ragione Bertinotti, si chieda di cambiare non l’età della politica, ma la cultura politica.




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26 aprile 2006

Specchio della società civile

Stamattina più che nei giorni precedenti mi irrita il pensiero che tra un po' si insedierà il parlamento e, qualunque posizione si possa avere rispetto alle sue idee, è un fatto che un pezzo di storia italiana come Marco Pannella non avrà uno scranno a palazzo Madama. E non perché non abbia partecipato alle elezioni e la sua lista non abbia preso un certo numero di voti, ma perché un tecnicismo della nuova legge elettorale, interpretato in una certa direzione, porterà a questo. E' possibile che la giunta delle elezioni corregga il tiro, ma non è detto.
Ovviamente la prima associazione d'idee che mi passa per la testa è che qualche ex soubrette, oltre naturalmente all'illustrissimo senatore Pallaro, saranno invece a rappresentare tutti noi in parlamento. E Pannella no.
Intendiamoci, non ho mai pensato che la società politica fosse peggiore della società civile, di cui è lo specchio perfetto. Ma oggi sono irritata lo stesso. Posso?




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14 aprile 2006

Il conto della serva

Chiunque abbia frequentato il parlamento, ma anche chiunque abbia semplicemente seguito un po’ la politica, è ben consapevole del fatto che in queste condizioni per il centrosinistra sarà difficilissimo governare. Un margine così risicato al Senato non può portare nulla di buono, anche con le migliori intenzioni. Se pure si dovesse trovare un accordo sulle cariche governative ed istituzionali in genere, non appena si passasse invece a discutere di temi concreti (ad esempio di legge Biagi o Dpef, per non dire di opere pubbliche) il precario equilibrio diverrebbe impossibile da mantenere. Basta fare due conti anzi, il conto della serva, per verificare quanti sono sul totale dell’Unione i senatori eletti da Rifondazione Comunista, dalla lista Pdci-Verdi e dal ‘correntone’. Senza contare che sarebbe sufficiente, ma forse nemmeno indispensabile, un minimo di filibustering da parte della Casa delle Libertà per far saltare tutto in qualunque momento: il regolamento del Senato consente infatti una continua richiesta di numero legale. La legislatura è lunga, le sedute parlamentari stancanti, ed è scientificamente impraticabile pensare di tenere un’intera squadra di senatori – che, data l’età di alcuni, a volte hanno anche i loro problemi – fisicamente appiccicati sugli scranni non per cinque, ma per un solo anno.

In questo scenario, al di là di quelle che possono essere le posizioni politiche, l’invito di Berlusconi affinché “un'intesa parziale, limitata nel tempo, per affrontare le immediate scadenze istituzionali, economiche ed internazionali del Paese, non dovrebbe essere esclusa per principio" appare quantomai sensato.

E dall’altra parte, al termine di una campagna elettorale infuocata che ha assunto l’aspetto di un referendum non contro il governo ma contro Berlusconi stesso e tutto quanto il berlusconismo può rappresentare, appare altrettanto avveduto il tentativo di Prodi di sottrarsi a quello che rischierebbe di apparire come un abbraccio mortale. Una buona parte dell’elettorato di sinistra infatti proprio non potrebbe perdonare di esser stato chiamato alle armi e alle urne per scrollarsi di dosso gli anni terribili del Caimano, per poi ritrovare il liberatore a spartire cariche e a tessere accordi proprio con lui. E andrebbe perso per sempre.

E allora qualcuno ci dice che si fa?




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13 aprile 2006

Due paroline sui brogli elettorali

Leggendo le affermazioni di molti esponenti della Casa delle Libertà sui brogli elettorali lo ammetto, se soltanto fossi un’osservatrice qualunque mi verrebbe la tentazione di pensare che lo schieramento perdente, seppur di pochissimo ma perdente, non vuole darsi per inteso della sua sconfitta.

Tuttavia in questo caso non mi sento proprio un’osservatrice qualunque e devo invece sottoscrivere che la questione dei brogli elettorali è molto seria e niente affatto pretestuosa.

Parlo per fatto personale e potrei portare gli atti di un processo penale durato sei anni e conclusosi con un accertamento del reato ma anche con l’impossibilità a procedere per prescrizione del reato. E con l’esito che, nonostante fosse ormai acclarato che l’elezione era avvenuta con i brogli, l’imputata beneficiante non ha mai lontanamente pensato di dimettersi, nemmeno per decenza. Il fatto è accaduto diversi anni fa ma a tutt’oggi entrambi gli imputati di allora ricoprono ruoli istituzionali e politici. Dunque carta canta e ho raccontato la vicenda per dimostrare che qualche titolo per parlare di questo argomento ce l’ho.

E soprattutto per segnalare che, sebbene si tratti spesso di realtà poco conosciute, bisogna ammettere che fa parte della forma mentis di una certa parte di una certa sinistra (i distinguo sono d’obbligo) il pensiero che i brogli elettorali possano anche essere un mezzo un po’ machiavellico, illegale ma moralmente lecito, per dare un ‘aiutino’ alla propria parte politica affinché raggiunga il sommo bene che, guarda un po’, incidentalmente coincide anche con il bene pubblico. Tanto da arrivare, come nel caso in questione, a compiere brogli elettorali addirittura a scapito di candidati della propria lista i quali, però, rappresentavano un’altra anima politica, magari un po’ più liberale.

Dunque è giusto: in democrazia chiunque deve saper perdere, ma avanti con i controlli affinché sia pienamente rispettata la libertà e la scelta dei cittadini, senza criminali ‘aiutini’ da parte di nessuno.




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8 aprile 2006

Piccola riflessione pre-elettorale. Delle alterne sorti della politica

Immediatamente prima che si voti vorrei fare una piccola riflessione a futura memoria prima che sia troppo tardi per dirla senza attirare su di me dei sospetti.

Avverto già un certo ‘timore e tremore’ in chi teme di poter perdere le elezioni, e una certa euforia serpeggiante in chi ritiene di essere lì lì per vincerle.

Questo mi fa ricordare le parole di un’amica altamente coinvolta in politica alla quale un giorno un anziano zio, anch’egli politico di lungo corso, disse che il bello della politica è questo, che oggi sei giù e domani sei su, che oggi sei su e domani sei giù.

L’invito che mi viene di lanciare un po’ a tutti (politici di professione, entourage politici – che sono quelli che in genere se la tirano di più, militanti e simpatizzanti d’ogni sorta e di ogni livello) è dunque quello di non prendersi troppo sul serio quando si è al potere, di ricordarsi che anche alla psiche fa bene non identificare ridicolmente la propria identità con il ruolo che si sta incidentalmente ricoprendo in quel momento, e allo stesso tempo di cogliere anche la grande libertà e di voler coltivare l’inventiva e la capacità di creare e costruire, quando si è invece in minoranza.

Al futuro vincitore mi viene da dire di gioire e gioire a giusta ragione della sua vittoria, e di godere la pienezza di questo momento, ma avendo sempre la grazia di ricordare di non gonfiarsi mai troppo il petto. Al futuro sconfitto direi di esaminare tutto quello che lo ha portato a questo punto ma, mentre si legga le ferite, di ricordare anche che è proprio questo il momento in cui avrà la grande occasione di dimostrare di essere un vero politico e non soltanto un uomo amante del potere e dei suoi pur confortevolissimi orpelli.

La ruota gira e va su e giù. E chi ama davvero la politica la ama sempre, anche adesso.




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7 aprile 2006

Una campagna elettorale senza senso dello Stato

Francesco Giavazzi nel fondo di oggi sul Corriere della Sera stima che le promesse elettorali di questi giorni avranno un costo che sta tra il 36 e i 101 miliardi l’anno per la CdL, corrispondenti a 2,5-7,5 punti di Pil, e di 20-24 miliardi per quelle dell’Unione, corrispondente a 1,4-1,7 punti di pil l’anno. I dati sono quelli pubblicati dagli economisti de lavoce.info e, ammesso che siano giusti, naturalmente suscitano la domanda se ci siano i soldi per onorare le promesse elettorali fatte da entrambe le coalizioni.

Premetto che non escludo che i futuri governanti abbiano delle formidabili soluzioni da offrire, ma una riflessione mi sorge spontanea. L'impressione che si è avuta in questa campagna elettorale è che ancora una volta, ma più che mai questa volta, nessuno dei contendenti si sia preoccupato di assumersi veramente delle responsabilità per il futuro, rispetto a quanto sarebbe stato invece necessario fare se si considerano la preoccupante situazione dell’economia ed il declino strutturale del Paese.

Ancora una volta si è utilizzato un linguaggio elettorale che ha parlato soltanto agli egoismi ed al privato di ciascuno (io ti tolgo questo, io non tasserò quello se non ai trenta uomini più ricchi, come se questo bastasse e come se i ricconi stessero aspettando le loro tasse) senza preoccuparsi in alcun modo di dare vita ad uno spirito comune da parte degli italiani che, anche con dei sacrifici che inevitabilmente ci saranno, possa portare ad una vera svolta.

Mi rendo conto che sarebbe stato scomodo agire diversamente, ma mi viene da pensare che forse anche questo significa avere senso dello Stato.




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6 aprile 2006

Facciamo i bookmaker?

In questi giorni in cui è quasi impossibile sentir parlare di sondaggi e l’unico modo per cercare di capire l’aria che tira è vedere che cosa dicono i bookmaker esteri riguardo alla sfida italiana, viene voglia di giocare a fare un po’ di scommesse.

La prima previsione che mi viene in mente è che di certo l’unica formazione politica che non dovrebbe rimanere in una zona grigia sarà la Rosa nel Pugno: potrà trattarsi della grande rivelazione o del grande flop di queste elezioni, ma difficilmente raccoglierà un risultato insignificante.

La seconda è una previsione mista a timore, e cioè l’idea che si possa avere un testa a testa tra centrodestra e centrosinistra: un’eventualità che, pur in una probabile ricerca continua di accordi, in qualche modo tenderebbe paradossalmente a perpetuare il clima squallido di questi giorni. Una vera iattura, che potrebbe valorizzare gli elementi peggiori della politica italiana e le persone che, dopotutto, non credono davvero in niente.

Per concludere con la nuvoletta nera che mi sta passando in questo momento sulla testa mi viene ancora in mente quello che ha detto un amico nel suo blog e cioè che, chiunque vinca, con la situazione economica che c’è l’unica a perdere rischia di essere l’Italia.

Spero che qualcuno oggi abbia da suggerirmi qualche pensiero più confortante. E scusatemi per non avervi allietati.




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5 aprile 2006

Tamponamenti a catena nel teatro dell'assurdo

Insomma: stasera dovevamo vedere a Matrix un dibattito tra due leader dell’attuale governo, Casini e Fini, e due della sinistra, Fassino e Rutelli. Sarebbe stato certamente utile ascoltarli, mentre facevano un po’ il punto della situazione negli ultimi giorni di campagna elettorale.

Poi Carlo Rossella e Toni Capuozzo volevano fare un approfondimento del TG5 nella trasmissione ‘Terra!’ di stesera, senza le gabbie che ci sono toccate con le sfide tv della Rai. Berlusconi decide di andare, Prodi dice che l’invito è tardivo e poi ha l’agenda piena, allora si decide per un Berlusconi da solo contro cinque giornalisti di sinistra. Ma i direttori delle testate di sinistra si rifiutano al grido: ‘nessuno vada’. Nel frattempo l’Authority dichiara che non ne sapeva nulla e che ad ogni buon conto nessuna autorizzazione preventiva poteva essere rilasciata. Negli studi di Matrix mancavano soltanto Rutelli e Fassino per registrare la puntata. A quel punto si scatena il finimondo. Proteste di tutti contro tutti, Fassino e Rutelli comunicano che non andranno alla trasmissione per protesta. Fini e Casini indicono una conferenza stampa seduta stante negli studi televisivi, finché Berlusconi non fa sapere che rinuncerà a ‘Terra!’. A quel punto i due leader della sinistra fanno sapere che allora stanno andando a Matrix, quando Fini e Casini allora in segno di protesta contro quella che definiscono maleducazione e la volgare scorrettezza dei rappresentanti del centrosinistra dicono che adesso se ne vanno via loro. Contro-conferenza stampa volante di Rutelli e Fassino.

Il risultato è che nessuno andrà da nessuna parte e che stasera Mentana, che giustamente si definisce “vittima di un tamponamento a catena” terrà una trasmissione in cui racconterà soltanto quello che è successo, ovvero il tamponamento a catena.

Domanda: che beneficio trae il diritto del cittadino all’informazione da tutto questo?

Seconda domanda: dove finirà tutta questa febbrile tensione all’indomani delle elezioni? Quando questo delirio psicomotorio di tutti sarà terminato ci sentiremo forse svuotati perché nel frattempo ci avevamo preso gusto? Sarebbe bello conoscere chi (se c’è, ma è sicuro che c’è) dietro le quinte in silenzio, a destra come a sinistra, si sta attrezzando per reggere le sorti di quest’Italia e, al di là dei proclami volti a riscuotere consensi, quale ingredienti avrà la ricetta che gli toccherà propinarci.




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4 aprile 2006

Una sola idea mi consola...

Era prevedibile che intorno al secondo duello si scatenassero gli ultimi fuochi di questa campagna elettorale (ribadisco) squallida nonché surreale...
Il secondo confronto è stato più animato del precedente anche se forse meno carico di aspettative. Il colpo di teatro sull'abolizione dell'Ici è stato apostrofato da una parte come una mossa sleale, impraticabile e disperata, dall'altra come una giusta risposta sia dal punto di vista sostanziale della giustizia sociale sia in quanto mossa comunicativa vincente.
E poi oggi non si è parlato d'altro che di elettori potenzialmente 'coglioni'.
Non credo ci siano grandi commenti da fare su queste ultime ore, dopo il mare d'inchiostro che sta viaggiando sui giornali e nella rete.
Sono certa che chiunque stia avendo la pazienza di leggermi sarà felice del fatto che lo risparmierò dall'aggiungere anche le mie osservazioni al magma viaggiante.
In questi giorni interminabili che ci separano dall'11 aprile e che a me stanno sembrando anni, una sola idea mi consola: che tutto questo tra pochissimo sarà finito, che di gran parte delle cose dette non si avrà più nemmeno il ricordo, che la cronaca passerà e che potremo avere memoria soltanto di ciò che è stato importante, se qualcosa di veramente importante c'è stato, perché solo quello sarà (eventualmente) consegnato alla storia.
Che quasi tutto quello di cui leggiamo in queste ore finirà presto nel cassonetto. Da ecologista, mi auguro in quello della differenziata.




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1 aprile 2006

Il Reincorniciatore

Berlusconi dimostra sempre di essere un grande comunicatore. Infatti ancora una volta è riuscito ad assestare un colpo mediatico a  proprio favore alla campagna elettorale di buone speranze di Romano Prodi, portando lo scontro sul terreno delle tasse, e costringendo il Professore a spiegare, a giustificarsi, a fare dei distinguo su un loro imminente aumento di cui un eventuale governo dell’Ulivo sarebbe foriero.

Qualcuno direbbe che, da un punto di vista comunicativo, Berlusconi ha ‘reincorniciato’, ha creato una nuova cornice, un nuovo contesto interamente definito da lui stesso, al messaggio politico di Prodi.

E così, tutto ad un tratto, dall’idea di un’imminente liberazione dal terribile caimano distruttore della nazione, la sensazione emotiva che si è ridefinita per l’’elettore indeciso’ (la specie più corteggiata e blandita della storia, quasi la invidio) è quella di un leggero brivido che inizia a correre lungo la schiena all'idea di una vittoria del centrosinistra, e si affaccia il pensiero ‘quasi quasi vuoi vedere che il berlusca non era poi tanto male, o almeno, che non era il peggio…’, con l’evocazione improvvisa di un governo visco-vampiresco che morde al collo a tradimento quei pochi risparmi rimasti, che per tanti costituiscono l’ultima rassicurante garanzia di non sentirsi, appena per un soffio, sbalzati di forza e inaspettatamente fuori dalla ‘classe media’.

È la percezione di questa scossa tellurica nella comunicazione elettorale dell’Unione che, secondo i boatos, sta facendo preoccupare non poco i vari Rutelli e Fassino.
La domanda di oggi è dunque la seguente: riusciranno i leader dell'Unione ad indurre il Professore a raddrizzare all’ultimo momento la situazione?

Ad una settimana dalle elezioni, i giochi sembrano essere più che mai ancora aperti.

Questo per quanto riguarda le strategie di comunicazione politica, ovvero quella che si può definire la ‘fuffa’, seppur sia faccenda assolutamente determinante degli esiti della contesa.

Se invece andiamo sul concreto, la verità è che probabilmente bisognerà dire a noi stessi che di fatto chiunque vada a governare la situazione economica non è di certo rosea, ed i sacrifici da qualche parte verranno per tutti, comunque e ovunque vengano spalmati tasse e prelievi di ogni sorta.




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