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19 ottobre 2006

Veli d’ipocrisia al mercato di piazza Vittorio

Sabato mattina, mercato di piazza Vittorio. Se c’è un luogo del quartiere da visitare è questo mercato. Un viavai pieno di colori, di spezie particolari e di cibi provenienti da ogni parte del mondo introvabili in altre parti di Roma. E la gran parte dei commercianti sono immigrati perfettamente integrati: con una propria attività avviata, un ruolo nella società, e talvolta persino una gentilezza nel servirti che in qualche commerciante romano è andata perduta. L’Esquilino è un quartiere di Roma che mi affascina, ed ho scelto di viverci perché mi piace anche quel clima un po’ popolare e multietnico che si respira, che tuttavia non ti risparmia grandi contraddizioni e talvolta anche qualche scena di degrado. Ma ho comunque preferito i suoi toni sempre accesi e altalenanti all’atmosfera di zone più occidentali e borghesi della città, più inquadrate e monotone, calme ma prive di sorprese e di scoperte.

Ad un banchetto della frutta gestito da italiani, ormai uno degli ultimi, accanto a me c’è una coppia di colore che sta facendo la spesa. La donna ha gli occhi bassi, analizza con l’uomo i prodotti, ma non si rivolge ad altri che a lui. Lui detta le richieste ai commercianti ed ha un fare un po’ imperativo, che conferisce al suo aspetto qualcosa di vagamente minaccioso. Fa delle richieste, discute sui prezzi, e la gestrice del banco gli risponde con l’atteggiamento di chi è lievemente intimorito ed ha premura di assecondare quanto prima l’interlocutore per potersene presto liberare. Probabilmente è soltanto un’impressione, probabilmente quest’uomo è un vero e proprio bonaccione e siamo noi occidentali con i nostri pregiudizi che si rimestano nel fondo delle nostre menti, sebbene le avessimo ripulite con una certa cultura dell’apertura e dell’accoglienza, a dare segni di cedimento.

Però c’è una cosa che salta agli occhi di chiunque si trovi a passare e che giustifica l’inquietudine della commerciante. La donna che è insieme a lui ha il corpo ed il viso interamente coperti da un manto di colore nero, e l’unica cosa che è possibile vedere di lei è lo sguardo attraverso una fessura del tessuto all’altezza degli occhi. Più tardi scoprirò che questo tipo di velo, diffuso soprattutto in Arabia Saudita, si chiama Niqab. Naturalmente rende la donna irriconoscibile e vi assicuro che un conto è vedere una persona abbigliata in questo modo nelle immagini su internet o sui giornali, un conto è vederla al mercato di piazza Vittorio mentre compri l’insalata. L’effetto cambia profondamente.

Un pensiero è arrivato spontaneo: sono disposta a tollerare che qualcuno in questa città viva in questo modo? A parte gli ovvi motivi di sicurezza che dovrebbero imporre che una persona sia sempre riconoscibile, la risposta è, in fondo in fondo, sì. Sì, ma chi se ne frega: vogliono il velo? Lo indossino pure, girino pure con uno scolapasta in testa, se a loro piace così. Come si dice a Napoli, dove c’è gusto non c’è pendenza.

Ma subito dopo è seguita un’altra domanda. Mi sono chiesta quale sarà il punto di svolta impercettibile, il momento in cui potrebbe accadere una cosa dell’altro mondo, e cioè il momento in cui potrei dovermi fare la stessa domanda a parti invertite, e cioè: sono loro disposti a tollerare che io, donna, circoli senza velo o che abbia un cane in casa, o che voglia vivere in questo modo così infedele e corrotto? L’idea che quel momento possa per avventura non soltanto arrivare, ma che ciò possa addirittura accadere in un futuro che non sia troppo remoto da potermi cogliere ancora giovane, ha condito la scena con un brivido.

E infine mi è venuto un terzo pensiero. Che forse sarebbe meglio buttare alle ortiche il tabù del politicamente corretto e difendersi apertamente ed efficacemente dall’altrui intolleranza, che forse sarebbe ora di svegliarsi e di squarciare questo velo d’ipocrisia nel quale ci siamo avvolti con le nostre stesse mani.




permalink | inviato da il 19/10/2006 alle 1:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

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