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13 maggio 2007

Quel centrodestra che non ha paura dei Dico. Anzi.

Come volevasi dimostrare, il Family Day (ma la traduzione inglese era d’obbligo?) alla fine è stato una riuscitissima passerella politica, soprattutto per i partiti del centrodestra.

Non c’è che dire, la piazza gremita a mo’ di giubileo ha fatto certamente la sua forte impressione. Ma se il nuovo modo orizzontale di comunicare che nasce attraverso la rete incomincia davvero a fare da termometro degli umori di una fetta crescente ed abbastanza evoluta dell’elettorato, e forse anche di parte di una futura classe dirigente, allora coloro che ricoprono delle posizioni apicali nei partiti della Casa della Libertà farebbero bene a farsi un bel giro nella rete. Tanto per capire quanto un centrodestra che da grande voglia ispirarsi agli omologhi leader degli altri paesi europei (vedi Aznar in Spagna che aveva aperto ai pacs, la Merkel in Germania da sempre favorevole alle unioni civili, o Sarkozy favorevole a questo istituto che in Francia è in vigore dal ‘99) non possa permettersi di appiattire completamente le proprie posizioni in una sola direzione, rendendo irrespirabile l’aria ed eliminando di fatto al proprio interno la possibilità di sopravvivenza per i portatori di istanze laiche e liberali.

Se i signori di cui sopra facessero un bel giro nella blogosfera, sentirebbero anche gli umori di un’altra buona fetta del loro elettorato che, in mancanza di uno spazio politico nello schieramento nel quale attualmente si riconosce, rischia di entrare assolutamente in crisi. Dopo l’articolo di Massimo Teodori su “Il Giornale” in cui quest’ultimo dichiara la propria partecipazione alla manifestazione del “coraggio laico” di Piazza Navona, sarebbe senz’altro utile andare a vedere quanto scrivono del Family Day alcuni autori di blog assai seguiti e frequentati, che da sempre si riconoscono decisamente nel centrodestra. Tra tutti (*): Inyqua, che afferma mi spiace, cercherò un altro modo per impegnarmi a far cadere il Governo Prodi che non questa manifestazione. Quindi vi prego, non fatela in mio nome, Daw, che ci va giù duro: “Tra fascisti e omofobi, il giorno dell’orgoglio cattolico”, Dall’Altraparte che dice “sono, com'è noto, un liberale di centrodestra. Poiché è il sostantivo che, appunto, dà sostanza al complemento di specificazione, non andrò al Family Day. E non ci andrei nemmeno se mi puntassero una pistola alla tempia”, o Benedetto della Vedova dei Riformatori Liberali che scrive “Ecco perché un liberale dice no al Family Day”; o ancora Orizzonte liberale che la manifestazione la intende così “Family Day: l'intolleranza in piazza (…) La verità è che tutto questo è solo una montagna di ipocrisia. È semplicemente un esempio estremo di intolleranza e di mancanza di cultura liberale”, e infine Dyotana che afferma “Da elettrice del centrodestra stavolta sposo le istanze del centrosinistra che, a dirla tutta, dovrebbero essere le istanze della gente di buon senso. Personalmente manifesterò a casa mia, andandomene al cinema nel pomeriggio”.

Ovviamente non sono i soli, ma come termometro possono anche bastare.


Detto questo, rivolgerei una domanda agli organizzatori del Family Day: prima si era detto che la manifestazione voleva avere semplicemente un valore affermativo ‘per’ (le politiche per?) la famiglia in generale (ma alzi la mano chi in Italia ha in odio la famiglia), e dopo è invece emerso chiaramente quanto l’iniziativa fosse ‘contro’ i Dico. Ma allora, viene da chiedersi, se lo scopo da raggiungere era quello di affossare ‘sti cosiddetti dico, davvero ci voleva di portare tutta quella gente in piazza? Non aveva già risolto la cosa Prodi?


Forse la notizia è invece che il nemico della famiglia non sono né i dico né un loro eventuale succedaneo. A tal proposito occorrerebbe leggere un articolo pubblicato dal Sole 24 Ore proprio nel giorno del Family Day, nel quale si pongono a confronto le aliquote medie nel 2007 per un reddito da lavoro dipendente che raggiunga i 25.000 euro, in cui vi siano un coniuge e due figli a carico: in Francia la percentuale è 0,21, in Germania 3,29, in Italia 6,90. Se invece il reddito sale a 50.000 euro, le cose, poi, vanno assolutamente peggio: in Francia l’aliquota si ferma al 5%, in Germania diventa 16,12%, in Italia schizza al 26,43%. E in questo caso il nostro Paese batte anche Regno Unito, Austria e Spagna. Per non annoiarvi infine con l’ipotesi in cui si arrivi a 75.000 euro, basta dire da noi la percentuale sarà il 33,10%, ovvero che la famigliola in questione arriverà a pagare ben 28.825 euro. A fronte di quali e quanti servizi, non si sa.

Ecco, forse io un nemico della famiglia incomincerei a cercarlo da queste parti.

(*) All'elenco aggiungerei anche l'interessante post di Watergate.


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permalink | inviato da il 13/5/2007 alle 22:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

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